Ascolto e Silenzio

Rossella Baroncini

Ascolto e silenzio
(in Percorsi Yoga, quaderni di Yoga YANI luglio 2015)

Nell’arte dell’insegnamento dello yoga il silenzio ha un ruolo molto importante, almeno quanto la chiarezza delle parole, che non devono essere troppe, devono essere quelle giuste per lasciare agli allievi il piacere della scoperta e per non anticipare la loro percezione.

Le mie lezioni di yoga iniziano con il silenzio e finiscono con il silenzio, come la musica. Daniel Barenboim, nel suo libro La musica sveglia il tempo, dice che “il suono di per sé non è un fenomeno indipendente ma è in costante ed imprescindibile relazione con il silenzio”. Possiamo dire lo stesso per la pratica dello yoga.

Nella vita il silenzio e il suono sono indivisibili. Infatti è l’attitudine all’ascolto che favorisce il silenzio interiore. Essere capaci di ascoltare significa essere capaci di stare in silenzio. Come i suoni che emergono dal silenzio e tornano al silenzio, attratti come i corpi dalla gravità, anche il movimento del pensiero sfugge al silenzio e poi vi ritorna.

Nel condurre una lezione di yoga potremmo avere la stessa attenzione che ha un direttore di orchestra al silenzio, allo spazio tra le parole, alle pause, all’attenzione attiva capace di sentire quanto e cosa dire.

Le parole dell’insegnante sono suoni che traducono le sensazioni percepite nell’ascolto del proprio corpo/mente in modo da suggerire agli allievi un percorso interiore che conduca alla pratica corretta per quel momento.

Perché ci sia la chiarezza della percezione, l’insegnamento deve essere necessariamente accolto nel silenzio, per dare agli allievi lo spazio ed il tempo di ascoltarsi ed ascoltare. Le parole dell’insegnante devono attenersi all’esatta percezione: possono anche essere molto poetiche ed evocative ma non devono distrarre, bensì condurre gli allievi ad un profondo contatto con se stessi.

La mia lezione inizia con un invito ad entrare nell’ascolto della gravità, del respiro e dei ritmi interni. Molto semplicemente portiamo la nostra attenzione alla parte posteriore del corpo, alla nuca, alle orecchie, e in un certo senso diventiamo tutti orecchie. Le nostre orecchie nascondono una grande bellezza, quella del silenzio.
Anatomicamente l’orecchio, che è organo dell’udito, è anche sede dell’apparato vestibolare, organo dell’equilibrio. E’ connesso sia con le vibrazioni sonore e, allo stesso tempo, con il sistema propriocettivo interno che attraverso il sistema nervoso segnala al cervello la nostra posizione nello spazio. Le parole/suono dell’insegnante innescano in chi ascolta attivamente processi creativi di propriocezione ed intuizione profondi, in zone molto vicine a quelle che regolano i nostri schemi motori.

Le parole dette sono molto importanti e l’arte di insegnare, che è anche un’arte intuitiva, è cogliere il momento giusto per la parola giusta. Le parole pronunciate dall’insegnante modificano il corpo degli allievi in maniera profonda, se sono dette nel momento giusto.
A volte mi sono sentita dire: “Ho scoperto questa cosa solo oggi, non ce l’ avevi mai detta!” In verità l’avevo già detta tante volte ma quella persona non era in grado di ascoltare attivamente. Perché le parole arrivino ad essere realmente sentite dall’allievo, bisogna saper aspettare che il corpo le sappia accogliere: tutto viene con il suo tempo.

Se tutto questo è vero, è vero anche che l’amore non ha bisogno di parole, e allora il silenzio pieno di amore insegna e cambia più delle parole. Questa è un’arte che non si impara e non si insegna, è semplicemente il nucleo pulsante della trasmissione dello yoga, da cuore a cuore; è il filo della vera tradizione, e risiede nella profonda relazione di fiducia tra insegnante ed allievo.

Se porterete questo amore con voi, come lo avete sentito e ricevuto dai Maestri nelle vostre lezioni di yoga, i vostri allievi porteranno questo silenzio a casa loro quando usciranno dalla classe, e non avranno voglia di discorrere del più e del meno dopo la lezione.

Come quando un bel concerto finisce e tutti rimangono in silenzio per qualche istante.

Nel silenzio la mente percepisce un movimento che non è del pensiero e si allarga a tutto, ed è in collegamento diretto con il cuore.

Il silenzio è oltre, è sempre oltre, ci attira come la gravità e ci mette in contatto con la morte di ogni istante.

Per questo quando insegno ai principianti, cioè a persone che sono abituate a riempire ansiosamente ogni spazio vuoto, so che il silenzio fa loro paura. La lezione ha bisogno di più momenti di comunicazione verbale: qualche volta li lascio interrompere con una domanda, o sono io a fare un’osservazione che porti un sorriso.

Quando poi, dopo alcune lezioni, gli studenti riescono ad ascoltare a lungo il loro respiro naturale senza interruzioni, l’approccio al silenzio diventa spontaneo e non fa più paura. L’ascolto costante del respiro, durante la pratica, favorisce il silenzio dei pensieri e lentamente gli studenti si accorgono che ci sono spazi in cui possono essere in contatto diretto con la loro percezione delle sensazioni nel momento presente.

Quando trenta anni fa ho iniziato ad insegnare, avrei voluto dire tutto quello che credevo di sapere e mi affrettavo nel condurre la classe, per paura che il tempo non bastasse. Con il passare degli anni, nell’arte di insegnare scopriamo che il tempo cambia dimensione, che c’è un tempo per ascoltarsi, per sentire se quello che stiamo per dire è presente nella sensazione, per verificare le parole, per l’ascolto e l’osservazione degli allievi, per riposare nella sensazione. Così la lezione assomiglia, come ho detto prima, ad una esecuzione musicale.

Non voglio dare informazioni che non possano essere assimilate e trasformate creativamente in chiara percezione nella pratica. La lezione di yoga non è un momento per mostrare il nostro sapere, tanto meno la nostra abilità nella performance delle asana, ma la condivisione di un’esperienza nell’amore, con un tempo infinito, dove non ci sono obiettivi da raggiungere.

Se non essere felici senza alcun motivo.

Agli allievi è veramente indispensabile la vostra totale presenza mentale, in modo che l’insegnamento scaturisca dalla chiara percezione di quello che è. Il silenzio è l’origine, l’inizio, il primo e l’ultimo passo.

Concludo con una frase di Vanda Scaravelli: “Invita il silenzio accogli il silenzio, e lentamente il silenzio diventerà parte di te. In quel silenzio saremo capaci di ricevere le intuizioni e le percezioni da cui nasce la creatività.”

Fonti citate:

Daniel Barenboim, La musica sveglia il tempo, Edizioni Feltrinelli, Milano 2007

Vanda Scaravelli, Awakening the Spine. The Stress-free New Yoga that works with the Body to restore Health, Vitality and Energy, Edizioni HarperSanFrancisco, 1991 (Edizione italiana citata Tra terra e cielo, Mediterranee Edizioni, 2014).

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