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La mia esperienza, nella tradizione di Vanda Scaravelli

La mia esperienza, nella tradizione di Vanda Scaravelli

Pubblicato in Percorsi Yoga, quaderni di yoga-YANI, gennaio-febbraio 2008)

Vedo la  tradizione dello yoga  come un fiume che, da migliaia di anni, molti ruscelli e molte sorgenti nutrono lungo il suo corso verso il grande oceano, però la prima sorgente  di questo fiume giace in ognuno di noi, profondamente nascosta. Spesso, soltanto quando siamo lambiti dal grande fiume della tradizione la sete per la vera conoscenza si risveglia.

La tradizione è acqua per placare la nostra sete e nutrire il nostro essere ma il vero seme è in noi ed è quello che deve schiudersi e crescere verso il sole.

L’insegnamento che ho ricevuto da Vanda Scaravelli si inserisce senza dubbio nella grande tradizione yoga che viene da Krishnamacharya, attraverso i sui allievi B.K.S Iyengar e Desikachar, e risente della vita e delle opere di J.Krishnamurti, che era amico di Vanda e della sua famiglia.

Krishnamurti per molti anni, nei mesi estivi, tenne delle conferenze a Gstaad, in Svizzera, e durante quei periodi era sempre ospite della signora Scaravelli a Chalet Tanneg. Krishnamurti invitò a Gstaad, come suoi insegnanti privati di yoga, prima B.K.S. Iyengar e poi Desikachar e così anche Vanda studiò individualmente con loro per molti anni. Quando questi maestri non si recarono più a Gstaad, Vanda, rimasta sola, fu stimolata a scoprire un nuovo approccio che permettesse a Krishnamurti di continuare la pratica senza diventare esausto:”La gravità sembrò la risposta e da lì iniziai un nuovo modo di praticare le asana”, scrive nel suo libro Awakening the spine.

Quando io l’ho incontrata  aveva settantacinque anni e  in lei tutto questo era diventato pura esistenza, semplice e quotidiana, non aveva bisogno di parlarne, lo viveva e lo trasmetteva con l’insegnamento dello yoga, che per lei era “in ogni singola azione dove il corpo e la mente si incontrano nello stesso punto e nello stesso momento” (Vanda Scaravelli, Awakening the spine). Allora sapevo poco di lei, della  tradizione dello yoga e di chi fossero i suoi meravigliosi maestri, avevo 26 anni ed abitavo vicino a casa sua sulle colline di Firenze.

Lei apparteneva a una famiglia di intellettuali ed artisti, suo padre, Alberto Passigli, aveva fondato il “Maggio Musicale Fiorentino”; il Leccio,  la villa di famiglia dove viveva, era sempre stata un centro di incontro di musicisti, artisti e intellettuali  di fama internazionale, lei stessa era un’eccellente pianista e siccome amava  fare lunghe passeggiate in campagna  spesso ci incontravamo sugli stessi sentieri. La qualità della sua mente, che traspariva dai suoi gesti e dal suo modo di camminare, mi spinse a conoscerla. Un giorno scoprii dove abitava e bussai alla sua porta. Era forse una domenica, aveva alcuni invitati, qualcuno suonava il piano e lei, senza fare domande, mi disse di entrare e mi offrì cioccolata e panna. Da allora tornai regolarmente a trovarla e tramite lei entrai  in contatto col pensiero di J. Krishnamurti. In seguito mi invitò  a diventare una delle sue allieve di yoga: ero la più giovane del gruppo e l’unica principiante.  Insegnava solo individualmente: ci incontravamo ogni settimana per alcune ore al mattino. Mi disse, perché capissi che la relazione comportava un impegno reciproco: “Ti ho presa come allieva, ma guarda che io insegno solo ad insegnanti di yoga….”.

Le sue lezioni erano molto impegnative, perché il “disfare” richiede più attenzione del “fare”. Nonostante che ognuno di noi aspiri a liberarsi delle proprie tensioni, questo processo incontra sempre una grande resistenza. Ma la pratica  delle asana era così strettamente interconnessa alla respirazione che pian piano le grandi mani della mia mente cominciarono a lasciare la loro presa sul corpo ed iniziai a sentire che cosa Vanda intendeva per “gravità”. Le cose sono semplici,  è la mente che le complica. Vanda parlava poco,  il silenzio era più importante delle parole, le sue istruzioni arrivavano al momento giusto e lasciavano sempre a me il piacere della scoperta.  Incontrarla e ricevere il suo insegnamento per  anni, semplicemente standole accanto, come lei chiedeva, “senza ambizione e per un tempo infinito”, ritengo sia stato un gran privilegio. Oggi, la diffusione del suo insegnamento  dimostra che il suo messaggio è ancora vivo e necessario. Durante gli ultimi venti anni, grazie ai suoi pochissimi allievi, è stato accolto da molti insegnanti in tutto il mondo, ed ha trasformato la loro pratica e le loro vite. Vanda ha cercato di riscoprire le ‘tecniche’ dello yoga partendo dall’ascolto del respiro, dei ritmi interni, del movimento naturale della spina dorsale e della gravità. Una ‘religione’ del corpo, come lei diceva, che fa del corpo stesso la via da seguire, con le sue tappe, i suoi segreti, i suoi doni. L’incontro con il corpo è incontro con la natura, con la terra e le sue forze, per prima la gravità, che ci apre a dimensioni più grandi di noi, ci fa sentire in contatto con tutto l’universo. Ed è anche, in questo senso, incontro con il mondo simbolico della nostra tradizione e recupero delle nostre radici. Una parte del suo libro è dedicata ai miti greci sul piede e sul tallone,  il suo insegnamento ci libera dal rischio di avere una rigida interpretazione della tradizione senza mediazioni con la nostra cultura e da quello di imporre al corpo pratiche di cui non ha bisogno.  Riconnettendoci alla terra, all’intelligenza del corpo, ascoltando i suoi ritmi profondi, ha origine dalla spina dorsale un movimento non meccanico e non frammentato, non imposto dal pensiero e noi possiamo lasciare che la postura emerga dall’interno verso l’esterno. Questo richiede una grande attenzione al momento presente. A questo proposito voglio riportare all’ attenzione una bella lettera di J. Krishnamurti indirizzata alle scuole in cui dice qualcosa sull’importanza del ‘riposo’ nell’apprendimento: “…quindi dobbiamo comprendere chiaramente la parola riposo – un tempo, un periodo in cui la mente non è occupata assolutamente in nulla -. È il tempo dell’osservazione. Soltanto la mente non occupata è in grado di osservare. L’osservazione libera è il moto dell’apprendimento. Ciò consente alla mente di non essere meccanica…”(J.Krishnamurti, Lettere alle scuole).

Occorrono anni di relazione con un insegnante e di pratica costante per mantenere e fare proprio un buon contatto con la terra e con la gravità. La pratica dello yoga si sviluppa principalmente attraverso una lunga relazione speciale, quella tra insegnante ed allievo, che si fonda sul silenzio e sull’accoglienza. Solo attraverso la qualità di questa relazione basata sulla fiducia gli elementi della tradizione possono essere utilizzati dall’insegnante al momento giusto. In modo che questi siano un limpido specchio e  non diventino un ulteriore velo su quello che deve essere conosciuto.

Solo dalla fiducia nasce la forza che ci sostiene nel difficile e lungo cammino. Lo yoga non è una serie più o meno complicata di pratiche, lo yoga ‘accade’ quando riusciamo a stare in silenzio, in contatto con la sorgente di tutte le tradizioni. Senza una grande fiducia, come quella che unisce due forze che cooperano nella stessa direzione, non si può andare in profondità. Il cammino dello yoga ha molte affinità con il processo della  nascita; richiede, per guidare una persona verso l’indipendenza e l’integrazione di tutte le sue potenzialità, tenerezza, affetto, ascolto, compassione. Abbandonare la resistenza al cambiamento è la cosa che ci fa più paura. Per abbandonare la paura, per lasciarla sciogliere come neve al sole abbiamo bisogno di sentirci protetti, sicuri. Oggi basta aprire il computer ed andare su un motore di ricerca per poter accedere ad una quantità di informazioni, più o meno valide, su tutte le tradizioni di questo piccolo pianeta. Anche le tecniche un tempo più segrete oggi non lo sono più, ma la possibilità di accedere a tutto subito non ci apre la porta dello yoga. Possiamo leggere e studiare, possiamo cercare con avidità nei testi sacri di tutte le nazioni, ma è sufficiente un solo sutra di Patanjali trasmesso nel momento giusto da ‘vivo’ a ‘vivo’, da cuore a cuore – da chi  ha fatto chiarezza in profondità attraverso l’attenzione e l’osservazione a chi si è fatto vuoto e sa ascoltare – a trasformare la conoscenza in materia vivente.

Vanda mi ha indicato che la vera guarigione interiore nasce dalla capacità di ascoltare, di percepire, di essere aperti, più che dall’applicazione di una tecnica. Come insegnante desiderava che tra lei e l’allievo non ci fosse nient’altro di mezzo che l’amore per la Vita e la sua naturale tendenza a fiorire. Voleva che l’insegnamento fosse privo di qualsiasi forma di manipolazione, il suo ruolo non era quello di dare informazioni ma di risvegliare la mia ‘fame’ e il mio naturale intuito per  cercare quello di cui avevo bisogno. Ad un certo punto del mio cammino ho sentito l’esigenza di approfondire alcuni testi della tradizione yoga,  le Upanishad e i sutra di Patanjali. È stato un grande incontro, ed è stata una grande scoperta percepire che Patanjali trasmetteva qualcosa che avevo già sentito, non attraverso un testo tradizionale ma attraverso il tocco delle mani della mia maestra. Quello che ascoltavo e cantavo evocava in me una precisa sensazione fisica: quella di ritornare a casa, trovare il proprio centro esattamente dove mi trovavo nel momento presente. Vanda poteva risvegliare questa memoria con le sue mani invitando il mio corpo e la mia mente a fondersi con il movimento del respiro, ad aprirsi dal centro, ad assecondare la gravità ed a ricevere dalla terra. Il suo insegnamento non era in contrasto con quello che veniva dall’India antica.

Per mantenere viva una tradizione non è necessario solo esserle fedeli ma è soprattutto necessario metterla in discussione, dubitarne, riscoprirne la verità ogni giorno con l’ausilio non solo del pensiero ma di tutto il nostro corpo e della parte più intuitiva della mente. Questo quindi è il mio modo di essere fedele alla tradizione che ho incontrato in Vanda e di proseguire la sua ricerca nella direzione da lei indicata: disfare tutto, tornare ogni momento all’origine, in modo che la bellezza che sorge ogni istante faccia di questo lavoro un’ arte e la tradizione sia nutrita dal ‘vivente’. Dobbiamo avere il coraggio di accogliere il nuovo e di trasmettere quello che della tradizione ricevuta è vivo in noi, perché soltanto questo sarà vero nutrimento per l’insegnante e per  l’allievo. L’antica tradizione orale prevedeva di tramandare testi o pratiche anche attraverso persone che semplicemente ripetevano a memoria senza capire, ma questo non è più necessario. Oggi lo yoga può essere accessibile a chiunque abbia una buona mente e non abbia paura di esplorare, di osservare. È possibile

Avere una diversa attitudine in cui emergerà una nuova intelligenza, non imposta dall’autorità ma nata da interesse, attenzione e sensibilità, in cui corpo e mente fusi in una singola azione possano collaborare insieme” (Vanda Scaravelli, Awakening the spine).

 

Note:

  1. Vanda Scaravelli, Awakening the spine, Harper, San Francisco, 1995.
  2. Vanda Scaravelli, op. cit.
  3. Krishnamurti, Lettere alle scuole, Ubaldini, 1983.
  4. Vanda Scaravelli, op. cit.

 

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